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LE ORIGINI

Le origini di Belcastro sono avvolte, purtroppo, dal velo della leggenda e della tradizione orale. 

Il primo a parlare di Belcastro e della sua storia é il noto umanista calabrese Gabriele Barrio, vissuto nel XVII secolo; nel descrivere i luoghi e le antichità della Calabria, così si esprime a proposito di Belcastro: “Oltre ... sorge la città di Belcastro, sede Episcopale, situata in posizione elevata: dista da Cropano quattromila passi, otto dal mare. Ritengo che essa sia Cona, che Licofrone chiama Opulenta. E Strabone dice che la fondò Filottete nei pressi di Petelia, dalla quale dista diecimila passi ... Nei pressi di Cona, vale a dire Belcastro, scorre il fiume Nascaro, una volta detto Siro. Di esso Licofrone dice nell’Alessandria «e il celebre Siro fu [leggi: scorre], irrigando la profonda fertilità di Cona». Il territorio, infatti, é ferace di grano e altri messi, si producono vini molto rinomati, olio e miele ottimo. La città non é priva di sorgenti d’acqua, esiste anche una fonte celebre, detta Caria, che significa grazioso. Esiste inoltre una sorgente d’acqua salsa, dalla quale si ricava la salamoia”. 

Al Barrio si associa l’altro scrittore calabrese G. Marafioti che lo ricalca quasi pedissequamente. Lo scrittore cropanese G. Fiore, invece, dissente dai primi due affermando che l’attuale Belcastro non era l’antica Chona ma “la celebrata Petelia, ch’oltre all’aperte testimonianze de’ Scrittori, e per numero, e per gravità superiori a qualunque altro, degli altri sentimenti vi soscrivono le conghietture. Tolomeo e Stefano collocano Petelia tra due Fiumi Tacina, ed Arocha, cioè Crocchia, adunque Ella è Belcastro, posta nel mezzo de’ suddetti Fiumi. Oltre di ciò i1 ricordato D. Tacina reca molte Scritture antichissime, nelle quali alcuni testimoni si soscrivono in Belcastro, come di Petelia. E per terzo in poco distante Villaggio di Albanesi, col nome di Marcidusa si son ritrovate alcune medaglie antiche coll’iscrizione, Petelion, forse perché o membro, o suburbio della vicina Petelia”. 

Pur non essendo certi delle affermazioni del Barrio e del Marafioti, poiché non ci sono giunte prove concrete a testimonianza di quanto hanno scritto, non siamo d’accordo col Fiore quando indica in Belcastro l’antica Petelia, dato che la critica storica e recenti scavi archeologici hanno dimostrato con certezza che l’attuale Strongoli corrisponde alla città magnogreca: forse lo scrittore cropanese fu tratto in inganno dalle vaghe indicazioni riportate dagli antichi scrittori, dai documenti esibitigli dal cantore don Vincenzo Tacina e, soprattutto, pensiamo noi, dai reperti trovati a Marcedusa, fra cui i medaglioni petilini. 

Tuttavia, a proposito di questi ritrovamenti, dobbiamo constatare che Lorenzo Codispoti, in una sua pubblicazione, dimostra che Marcedusa ed i suoi immediati dintorni furono abitati sin dall’età protostorica; infatti nel suo saggio storico-archeologico egli descrive accuratamente i reperti da lui ritrovati, fotografati e consegnati alle autorità preposte. Dai pochi scavi da lui effettuati si è rinvenuta una certa quantità di materiale ceramico, litico e bronzeo, con resti di ossa umane, risalenti al periodo neolitico; in un'area del paese è venuto alla luce un gruppo di sepolcri indigeni con corredi, databili al VI secolo a.C. Altrove é stato rinvenuto materiale attico in ceramica di vario tipo (testine, coppe, patére, lekane, vasi, lacrimali, pesi, lastre fittili, lucerne, fruttiere, ecc.), oltre a monete greche, bruzie, reggine, locresi e romane del periodo repubblicano. 

La diversità dei reperti riferentisi ad epoche diverse ci induce a pensare che quei luoghi furono abitati sin dall’età neolitica. Inoltre la varietà delle monete ci fa credere che il sito di Marcedusa fu anche luogo di transito e quindi di scambio. E in ciò siamo confortati dal parere di P. G. Givigliano il quale, nel ricostruire l’asse viario che da Strongoli conduceva a Squillace, riferisce che "da Strongoli l’asse costiero procedeva verso sud, incontrando la località Vituso, in territorio di Scandale ... Dopo Vituso per lungo tratto mancano aree protostoriche, sicché assume il valore di una duplice ipotesi di lavoro un tracciato che proseguisse verso sud-ovest, passando a nord di Cutro, coincidendo con la SS. 106 fino a Timpone Quadarazzo e che piegasse, poi, verso ovest lungo un percorso identificabile attraverso una serie di linee spezzate, costituite da strade di vario tipo, a una distanza di sei o sette chilometri, in linea d’aria dalla costa. Immediatamente dopo il torrente Simeri si deve supporre una pista verso nord-ovest che risaliva il rilievo silano in direzione dell’abitato di Crichi ... Le tanto studiate e ricercate vie istmiche, vanto dei coloni greci, sussistono già in età protostorica". Constatato che Marcedusa ed il suo circondario furono popolati sin dal periodo neolitico  - come é stato provato dai reperti archeologici -  e quei luoghi ebbero vita attiva durante il periodo greco-romano, possiamo affermare che anche Belcastro fu abitata da popolazioni primigenie, data la migliore posizione sia dal punto di vista climatico che strategico rispetto a Marcedusa stessa, dalla quale dista appena mezz’ora di cammino. Infatti, in una recente pubblicazione di A. Rubino e M. T. Teti, si legge che anche a Belcastro sono stati trovati reperti archeologici risalenti all’età del bronzo.

Il primo documento inconfutabile dove é menzionato Belcastro é una bolla papale di Lucio III datata 1184 nella quale compare il vecchio nome di Geneocastren o Vecchia città. 

Questo nome deriva dal greco g e v o V  (ghenos) corrispondente al latino gens, il cui significato é quello di ceppo originario, cioé di popolazione primigenia, come i chones che furono appunto popolazioni primigenie e che, quindi, ben si adatta alle conclusione dei due scrittori Barrio e Fiore. Inoltre, nella Notitia III, riferibile ad una diatiposi bizantina risalente al tempo di Alessio Comneno, nella quale sono riportate notizie anteriori all’anno 1000, fra le diocesi suffraganee di Santa Severina ne compare una di nome Paleocastren (Palaiokastron   o Paleocastro) della quale non si conosce l’ubicazione. Il significato di tale vocabolo é Vecchio castello e l’assonanza fra questo e quello di Geneocastren é evidente; per cui possiamo dire che ancor prima di Geneocastren é esistita Paleocastren. Quest’ultimo nome fu dato molto probabilmente, nel 934, dai bizantini appena scacciarono i musulmani da Belcastro; ciò vuol dire che in quell’anno sul luogo dell’attuale Belcastro esisteva già un vecchio castello.

Ora, se noi andiamo a ritroso nella storia della regione, vediamo che i musulmani di Calabria, al contrario di quelli di Sicilia, non edificarono opere fortificate, ma occuparono quelle già esistenti che, per il territorio di nostro interesse, erano Crotone, Santa Severina, Belcastro, Simeri e Squillace. Inoltre, la loro occupazione non si dimostrò mai stabile e duratura a causa dei continui scontri cui dovettero far fronte contro i bizantini, le forze imperiali tedesche e le stesse popolazioni calabresi, costantemente insorgenti e che mal sopportavano il giogo arabo; quindi, il vecchio castello era anteriore alla loro presenza e, perciò, prima dell’838, anno in cui iniziarono, in maniera massiccia, le incursioni arabe nella nostra regione. A sostegno di ciò sia le cronache sia la storiografia moderna riferiscono che i belcastresi attaccarono la rocca del castello entro cui si erano rinchiusi i musulmani, dando inizio alla rivolta generale (934), con l’aiuto dei duchi longobardi di Capua e di Salerno con la quale i musulmani furono cacciati dai luoghi da loro occupati. 

Prima ancora degli arabi, per il periodo che va dal 838 al 568, la Calabria era divisa in due: il nord sotto la giurisdizione longobarda, il sud sotto quella bizantina e i confini dei due territori non furono mai stabili ma venivano spesso modificati a causa di reciproche offensive e controffensive militari; ciò sta a significare che i rapporti fra i due popoli non furono quasi mai pacifici, bensì di continua belligeranza: infatti, nel corso dell’VIII secolo, la linea di demarcazione fra bizantini e longobardi era al di sopra del marchesato di Crotone, mentre nel VII secolo era lungo l’asse Locri-Vibo e nel VI secolo lungo la traiettoria Rossano-Amantea. 

Ma anche i longobardi, almeno in Calabria, non edificarono città ma si insediarono in quelle già esistenti; così pure, i bizantini, in quel periodo, si limitarono a rinforzare i centri abitati già esistenti, senza fondarne altri di sana pianta e ciò perché, essendo la regione quasi spopolata, si preferì concentrare le esigue truppe bizantine rimaste in Calabria in pochi capisaldi ben muniti. Sappiamo, infatti, che Bisanzio, per fronteggiare gli attacchi dai confini orientali, fu costretta a sguarnire le difese occidentali, lasciando quindi in Italia poche truppe, spesso costrette ad essere rinforzate dalla popolazione locale. 

Prima della venuta dei longobardi (568) vi fu la guerra greco-gotica (535-553) e prima ancora l’invasione degli ostrogoti di Teodorico. 

Riassumendo, quindi, la situazione calabrese dalla caduta dell’impero romano (476) alla presenza dei musulmani a Belcastro (838), dobbiamo far notare che tale periodo fu caratterizzato da continue invasioni e, quindi, da ricorrenti sconvolgimenti socio-politico-militari che, per la loro natura fecero sprofondare la Calabria nella desolazione più completa, spopolandola quasi del tutto. 

Conseguentemente, tali avvenimenti non permettevano la possibilità di fondare nuove città, ma, a mala pena, quella di riparare o rinforzare quelle già esistenti; se a tutto ciò aggiungiamo le frequenti calamità naturali, quali terremoti, carestie e pestilenze, é pressoché impossibile affermare che Belcastro sia di fondazione bizantina.

Ma è altresì ovvio che in tale periodo si registrarono anche pause di pace, riprese socio-economiche e demografiche e, quindi, di ricostruzione, ma furono di breve durata. Il primo fu quello che seguì la guerra greco-gotica, durante l’impero di Giustiniano (482-565) che durò appena quindici anni, periodo troppo breve per risollevarsi da una guerra cruenta e fondare una città fortificata di sana pianta.

L’esercito bizantino, al comando del generale Belisario, sconfiggendo i goti, riconquistò l’Italia. Per volere dell’imperatore, in Calabria (come in gran parte dell’Italia) furono ripristinate le vecchie opere edilizie romane che erano ormai fatiscenti; furono riattivate le vecchie strade e le città esistenti riedificate. La ripresa fu dovuta anche alla crescita demografica per via dello stanziamento dei veterani bizantini nella regione. Di tutto questo ce ne parla dettagliatamente Procopio di Cesarea nella sua opera Sulle costruzioni (Peiktismatwn), meglio conosciuta come De Edificia, dove é contenuta una interminabile lista e la descrizione delle opere pubbliche costruite per volere dell’imperatore in tutto il territorio dell’impero: opere di fortificazioni, strade, ponti, dighe, acquedotti e via dicendo. Non parla affatto, però, di Geneocastro o Paleocastro: se fosse stato fondato in tale periodo, certamente Procopio lo avrebbe inserito nella sua interminabile lista. La fondazione o, quantomeno, la riedificazione del luogo sarebbe stata certamente menzionata, dal momento che nell’opera compaiono, quasi alla noia, anche piccole opere pubbliche come l’edificazione di un ponte o la costruzione di una piccola strada: a maggior ragione avrebbe dovuto segnalare la nascita di una città. 

Quindi, l’esistenza di Belcastro deve essere anteriore al periodo della riconquista bizantina della Calabria operata da Giustiniano. 

Prima di tale periodo, quindi, la regione era invasa dai goti dei quali, in tutta la Calabria, non abbiamo alcuna traccia della loro occupazione, a maggior ragione di fondazioni di città. Prima ancora dei goti, vi furono i vandali Genserico e i visigoti di Alarico che depredarono tutto ciò che era sul loro cammino. 

Conseguentemente, quel vecchio castello era anteriore sia al periodo della guerra greco-gotica (535-553) sia alle invasioni barbariche e, quindi, di epoca romana o magnogreca. 

Durante la dominazione romana, la Calabria, che allora era chiamata Bruzio, non attraversò un periodo felice; infatti, rea di aver parteggiato per Annibale nella seconda guerra punica (203 a.C.), fu trattata duramente dal senato romano. 

In quali condizioni si trovava la Calabria alla fine della guerra annibalica é ricordato da Tito Livio nel discorso che egli mette in bocca a Scipione, se, cioé, fosse necessario portare la guerra in Africa o, contrariamente, in Italia contro Annibale: "sed illum potius ego traham, quam ille me retineat. In sua terra cogam pugnare eum et Carthago proemium victoriae erit, quam semiruta Bruttiorum castella". Il Bruzio, quindi, usciva dalla guerra come annientato e ancor più umiliato dalla cattiva politica del senato romano che non seppe perdonare 1’alleanza dei bruzi con Annibale. Ricorda Appiano che a tutti i popoli italici fu concesso dal senato romano il perdono generale; per i soli bruzi, invece, non ci fu nessuna remissione. Il governo romano della regione, quindi, fu un continuo stato d’assedio e, in aggiunta, per ritorsione, Roma requisiva 1’ager Brutius e per parecchi anni, dopo la fine della guerra annibalica, uno dei pretori veniva inviato nel Bruzio con un esercito, riducendo nell’oblio le fiorenti città magnogreche attraverso un dominio fortemente esoso: oltre i tributi dei vectigalia, pesava sui bruzi anche il tributo personale e, per l’estrema miseria in cui erano caduti, venivano adibiti ai servizi pubblici più umili. 

Con la nascita del latifondo, l’eccessivo fiscalismo ed il dispotismo militare attuato da Settimio Severo (146-211 d.C.) e dai suoi successori, la regione, inesorabilmente, veniva costretta allo sfruttamento massiccio e condotta all’abbandono e alla completa miseria. Sotto il dominio romano, perciò, la decadenza delle città greco-italiote si aggravò talmente che parecchie di esse finirono con lo scomparire del tutto, mentre il Bruzio si imbarbariva completamente. Ai tempi di Cicerone i bruzi, assieme ai tarantini e ai siciliani, erano considerati come prototipo della più crassa e stupida ignoranza; ma ciò fu la conseguenza dello stesso dominio romano e di quello stato di inferiorità e di sfruttamento cui fu costretta a vivere la decimata e asservita popolazione bruzia. 

Perciò noi pensiamo che, sebbene Roma abbia costituito diverse colonie  - delle quali per altro conosciamo luoghi e nomi-, queste non ebbero lo scopo di ripopolare la regione per farla risollevare dalla sua profonda crisi socio-economica, ma ebbero l’effetto che abbiamo sopra descritto. Il latifondo causò l’abbandono di estesi territori che, gradatamente, furono invasi, nelle terre basse, dalla malaria e, nelle terre medioalte, dall’inselvatichimento. La distruzione, o meglio, la lenta e fatale scomparsa di Sibari, ad esempio, fu dovuta soprattutto all’avanzare della malaria che costrinse la parte più agiata della popolazione all’abbandono della città e, in tempi posteriori, a dar vita alla città di Turio, sulle sue colline circostanti. 

Quindi è molto probabile che Belcastro non sia neanche di fondazione romana, ma sia stato un piccolo centro magnogreco o, addirittura, enotrico e, in questo caso, può essere spiegato il suo vecchio toponimo di luogo primigenio.

Conseguentemente, l’affermazione del Barrio, basata sull’indicazione di Licofrone, confortata dai reperti rinvenuti, dall’asse viario tracciato da G. P. Givigliano, dalla radice del nome di Belcastro, può benissimo corrispondere al vero, anche se non é suffragata da fonti strettamente dirette. 

Su queste considerazioni possiamo capire l’errore in cui era incappato il Fiore e che si può tentare di spiegare nel modo seguente. Quando Annibale rase al suolo Petelia (215 a.C.), per non patire la vendetta del cartaginese e l’oppressione dei soldati bruzi, alleati di Annibale, i petilini, come sappiamo, furono costretti a fuggire, cercando riparo in luoghi più sicuri e lontani dalle truppe cartaginesi, stanziate tra Crotone e Sibari. E, non potendosi rifugiare sulle montagne di Petelia, strettamente controllate dai bruzi, i petilini o gruppi di essi, certamente, cercarono riparo verso sud dove la presenza e la sorveglianza nemica erano meno strette, fra gente amica che non poteva essere certamente bruzia o cartaginese, ma quella del loro ceppo e, quindi, fra popolazioni caoniche o greche alle quali poter chiedere aiuto per le prime necessità e potersi integrare nella vita quotidiana. Ecco perché, secondo noi, nei documenti di Vincenzo Tacina alcuni testimoni si sottoscrivono di Petelia; così pure, può spiegarsi il ritrovamento di reperti petilini, citati dal Fiore, nel territorio di Marcedusa. Secondo il nostro parere, un altro gruppo di petilini dovette stanziarsi nell’attuale Petilia Policastro, dato che anche lì sono stati ritrovati reperti di questa popolazione, mentre la natura del luogo, inaccessibile e lontano dalla costa, dove erano accampate le truppe di Annibale, offriva le condizioni idonee alle necessità dei fuggiaschi che erano quelle, ripetiamo, di stanziarsi in luoghi lontani dal nemico e fra gente amica, con la quale confondersi e continuare a vivere. 

Ma se fino ad ora abbiamo tentato di abbozzare un volto alle oscure ed antiche origini di Belcastro, riportando ciò che scrissero i tre scrittori calabresi del Cinque-Seicento e aiutandoci con la toponomastica, non si può negare che molte nostre contrade, prima dell’occupazione romana, siano state abitate e spesso intensamente, in particolar modo quelle con terreni ubertosi adatti alla produzione agricola di allora che era cerealicola, vinicola e olivicola, adatti anche alla pastorizia. 

Il territorio di Belcastro ben si adattava a quelle caratteristiche e, quindi, ad essere dimora di popolazioni sin dall’antichità: l’abitato é posto su una ripida collina simile a quelle delle città magnogreche dell’entroterra del quale i cittadini, per poter far fronte ad un eventuale attacco nemico, potevano giovarsi dell’asperità del luogo; il territorio sottostante, pianeggiante e fertile, offriva la possibilità di buoni raccolti, data la presenza di fiumi per l’irrigazione dei campi. 

Purtroppo la storia calabrese, salvo i grossi centri come Cosenza, Sibari, Crotone, Reggio e Locri, non ci ha tramandato, come abbiamo già detto, fonti e testimonianze dirette, sufficienti a tracciare una storia specifica per le antiche città: tralasciando i numerosi terremoti, per le caratteristiche sismiche del suolo, o le ricorrenti siccità ed epidemie, la regione patì spesso il peso dell’oppressione e la furia devastatrice delle invasioni, con le conseguenti distruzioni e dispersione delle testimonianze stesse; cause, queste, che iniziarono già dopo il cosiddetto periodo "aureo" (VII-V secolo a.C.) della Magna Grecia. 

Tutto ciò non vieta, quindi, ad avanzare ipotesi logiche e ponderate, come quella di dare una fondazione bruzia a Belcastro.

 

LA STORIA

La storia di Belcastro, almeno quella iniziale, è priva di fonti certe ed oggettive. Forse per tale penuria, gli storici che si sono occupati di Belcastro hanno avanzato in proposito svariate ipotesi. Alcuni gli hanno attribuito un’origine bruzia, altri magno-greca o romana ed altri ancora bizantina. Fino a qualche anno fa la tesi più accreditata è stata quella dell’origine bizantina, ma  - come si è detto -  il ritrovamento di alcuni reperti risalenti all’età del bronzo fanno pensare che l’origine del paese oltrepassi il periodo bruzio (metà sec. IV a.C.) e risalga a quello preistorico (II millennio a. C.). 

Comunque, la prima testimonianza storica di Belcastro si trova nella Notitia III, nella quale sono riportate notizie anteriori all'anno 1000 e dove Belcastro figura come sede vescovile. Da questo documento si evince che l'innalzamento del seggio episcopale avvenne intorno ai secoli IX-X.

Per la posizione strategica e il luogo impervio Belcastro, assieme ad altre città, quali Gerace, Squillace, Simeri e Santa Severina, fu cinta da mura per far fronte alle frequenti e massicce scorrerie musulmane, provenienti dalla Sicilia. Ma verso l'896, per l'impotenza delle forze bizantine Belcastro e gli altri centri fortificati subirono la dura occupazione musulmana che perdurò per circa 40 anni. Intorno al 936 Belcastro tornò sotto la dominazione bizantina fino all'arrivo dei normanni. Infatti gli arabi furono scacciati con l'aiuto di truppe longobarde, fra le quali vi erano anche i d’Aquino in quanto congiunti del principe Landolfo I di Capua, capo della spedizione. Con l'avvento della dinastia normanna (1065), Belcastro fu innalzata a contea e affidata alla famiglia dei Faloch, italianizzata poi in Fallucca, i cui possedimenti abbracciavano quasi l’intero golfo di Squillace, da Soverato al fiume Tacina

Ma, sia sotto la dinastia normanna sia sotto quella sveva, i Fallucca non furono sempre fedeli alla corona, ma presero parte alle varie sommosse che si verificarono sotto le due casate e quindi il loro dominio feudale su Belcastro si alternò con quella dei d’Aquino  - con la quale era anche congiunta -  fino al 1277, anno in cui l'ultima erede Fallucca, la contessa Clemenza, fu nuovamente privata del feudo. La contea, che, oltre agli attuali territori di Belcastro, Andali e Botricello, comprendeva anche la baronia di Barbaro  - a sua volta comprendente gli attuali territori di Cropani, Sersale, Cerva, Zagarise -  passò definitivamente ai d'Aquino, sotto i quali il vecchio nome di Geneocastrum fu mutato in Bellocastum (1331). Il governo di questa famiglia durò ininterrottamente fino al 1373 con Adenolfo I, Adenolfo II, Tommaso I, Tommaso II, Tommaso III ed Isabella d'Aquino, la quale cedette la contea a suo nipote Enrico Sanseverino per mancanza di eredi diretti. I Sanseverino tennero il feudo fino al 1404, quando per ribellione, furono privati dei loro beni e Belcastro venne dato al conte Pietro Paolo da Viterbo, marito di Simonetta Colonna, nipote di papa Martino V. Morto Pietro Paolo, Simonetta vendette, nel 1427, la contea a Covella Ruffo e quest’ultima, due anni più tardi, la rivendette al cugino Niccolò Ruffo il quale, morendo nel 1435, lasciò i suoi immensi beni, fra cui la contea di Belcastro, all'unica erede Enrichetta Ruffo contessa di Catanzaro e marchesa di Crotone. Con il matrimonio di quest'ultima e don Antonio Centelles, dei conti di Ventimiglia, Belcastro passò sotto la dinastia aragonese. Ma il Centelles, ribellatosi al re Alfonso I d'Aragona, perse tutti i suoi possessi e Belcastro fu incamerata dalla corte nel 1444. Il Centelles, ravvedutosi poco dopo, riottenne tutti i suoi feudi fino al 1462, anno in cui il marchese di Crotone, ribellatosi ancora una volta a Ferdinando I d’Aragona, fu fatto prigioniero e condotto in catene a Castel dell'Ovo di Napoli. Belcastro fu dato nello stesso anno ad Enrico d'Aragona, figlio naturale di Ferdinando I. Nel 1470 la contea fu passò a Ferrante de Guevara, il quale per la sua partecipazione alla "Congiura dei Baroni" fu dichiarato proditore ed estromesso dalla contea che passò al nobile condottiero milanese Giovan Giacomo Trivulzio (22 aprile 1487), il quale nel frattempo aveva sposato Beatrice D'avalos d'Aquino. Il Trivulzio, però, nel 1497, perse il suo feudo perché, abbandonato il partito aragonese, seguì il re di Francia Carlo VIII nella sua ritirata dal Regno di Napoli. Nel 1500 il feudo fu acquistato dalla contessa Costanza d’Avalos d’Aquino, sorella di Belatrice, e nel 1528, lo diede in fitto a suo nipote Alvise d'Aquino di Castiglione che lo tenne fino al 1541, anno in cui Costanza morì. Belcastro andò per testamento ad un altro nipote di Costanza, Alfonso d'Avalos che, l'anno dopo, vendeva per 60 mila scudi al suocero Ferrante d'Aragona, duca di Montalto e figlio naturale del defunto Ferrante I re di Napoli. Morto il duca, il figlio Antonio d'Aragona junior lo diede in fitto a Tommaso de Diano dal 1548 al 1554 e poi al nobile napoletano Scipione Imperato, fino al 1560. Il 30 marzo 1577 Giovan Battista Sersale, barone di Sellia, acquistò per 80mila ducati la contea con l'annessa baronia di Cropani (corrispondente alla vecchia baronia di Barbaro). Veniva a costituirsi così un grosso agglomerato feudale i cui confini andavano dal fiume Alli al Tacina e del quale Belcastro costituiva il centro amministrativo di tutto il distretto. A Giovan Battista Sersale successe, per la morte prematura del figlio Orazio, la nipote Vittoria nel 1587 e, nel 1602, il figlio di questa Francesco che ereditò il patrimonio sotto la tutela della nonna Aurea Morano, vedova di Giovan Battista. Nel 1620 Francesco fondò l'omonimo abitato di Sersale, popolandolo con alcune famiglie di Serrastretta. Ma nel 1627, all'età di appena 25 anni, Francesco morì ed i beni andarono al primogenito Orazio che elevò la contea a ducato il 30 luglio 1630. Nel 1644 i beni della famiglia furono divisi tra i suoi figli: il primogenito Orazio ereditò Sellia, Zagarise, Sersale e Carfizi, quest'ultimo portato in dote dalla nonna Aurea Morano. A Vittoria, che aveva sposato Tommaso Caracciolo, era stata promessa la dote in denaro, a Francesco junior fu dato Belcastro con le terre di Cropani, Cuturella, Andali e Botro (Botricello) ed il titolo di duca. Nel 1645 il nuovo ducato fu colpito da un forte terremoto che provocò 61 vittime e molti danni alle cose. Il vecchio castello bizantino in località "Turra" fu completamente raso al suolo e quello dei d'Aquino fu anch'esso distrutto in massima parte da risultare inabitabile; la chiesa cattedrale fu gravemente danneggiata tanto che la si dovette ricostruire in gran parte, come risulta da una relazione del vescovo pro tempore Francesco de Napoli. Non risultando utile ricostruire il castello, fu edificato il palazzo ducale che, erroneamente, viene chiamato palazzo "Cirillo", mentre la dizione più appropriata sarebbe, appunto, palazzo "Sersale", dal momento che fu Francesco II Sersale a farlo edificare con i ruderi del castello. Il duca morì senza eredi nel 1673 e, quindi, i beni feudali della famiglia andarono al figlio della sorella Vittoria, Fabio Caracciolo di Forino, che divenne così terzo duca di Belcastro, il quale il 17 di giugno 1698 acquistava anche il feudo di Petilia Policastro. A Fabio successe, il 31 maggio 1701, il figlio Fabio II, quarto duca di Belcastro. Quest'ultimo, però, oberato dai debiti, il 9 agosto del 1714, fu costretto a vendere Belcastro con il titolo di barone al patrizio di Taverna Francesco Poerio, mentre il titolo di duca restava alla famiglia Caracciolo. Morto Francesco Poerio nel 1716, il titolo passò alla moglie Belluccia fino al 1725 e poi a suo genero Alfonso Poerio che aveva sposato la figlia Rosa. Il feudo rimase a questa famiglia fino al 1746. Durante il baronato di Alfonso fu fondato l’abitato di Cerva con altre famiglie di Serrastretta. Nel 1746 la famiglia de Mayda di Cutro acquistò la baronia, tenendola fino al 1755; ma Gerolamo Poerio, figlio di secondo letto di Alfonso, la ricomprò. Con il propagarsi delle idee della rivoluzione francese, Gerolamo Poerio fu il primo feudatario della regione ad innalzare l'albero della libertà nel 1799. Ma il cardinale Ruffo, riconquistato il Regno, requisì il feudo e lo affidò ad Antonio Cirillo, in qualità di governatore regio ed  appartenente ad una agiata famiglia di Taverna. Il 22 ottobre 1803 Vincenzo Poerio, figlio di Gerolamo, prese in fitto dalla regia corte il feudo e fu tenuto da questa famiglia fino al 1860 con Cesare e poi  Marcello.

Si ringrazia il Prof. Raffaele Piccolo per aver gentilmente fornito il materiale suddetto.

Ulteriori informazioni tratte dall'archivio storico di Crotone

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